INTERVISTA | Salvatore Lazzara: Pensiero Nomade ormai un progetto maturo

Si intitola Ultime Foglie l’ultimo disco di Pensiero Nomade recentemente pubblicato dall’etichetta discografica Filibusta Records. Un lavoro dal sapore più etnico rispetto ai precedenti che rappresenta la sintesi delle ispirazioni musicali del leader, Salvatore Lazzara. È proprio lui a raccontarci questo nuovo punto di partenza.

Salvatore Lazzara, benvenuto intanto su Blog della Musica. Partiamo dal titolo del disco, Ultime Foglie: ha un significato particolare per te?

Ultime foglie è il titolo di una breve poesia (se così si può dire), che ho scritto parecchio tempo fa, e che poi è stata inserita nell’artwork del cd. L’idea di base era quella di rappresentare il momento in cui si comprende che è arrivata forse un’ultima occasione di cambiare, appunto il volo disperato delle ultime foglie di autunno, quelle che sono rimaste a terra ma che vorrebbero essere ancora qualcosa prima di dissolversi. È un pensiero da “età matura”. Diciamo che rappresenta la consapevolezza che niente può essere lasciato finire senza aver tentato un’ultima volta di “essere”.

Il progetto Pensiero Nomade come si è evoluto nel corso del tempo?

Io mi ero messo in testa di far evolvere un progetto musicale che fosse la sintesi di tutte le cose che mi attiravano: il jazz, la musica acustica, la world, l’elettronica. Una miscela quasi impossibile, sicuramente instabile! Nel tempo si è forse persa molta ingenuità di approccio e sono molto meno naif; mi sono focalizzato su un “centro di attrazione” nella composizione che, con alcune variazioni, dovute per lo più ai cambiamenti di line up, mi permette di tenere tutto in equilibrio. Questa ha comportato, naturalmente, che alcune idee e ispirazioni sono state messe più in evidenza, altre sempre più sullo sfondo. Oggi Pensiero nomade è senza dubbio, dal mio punto di vista, un progetto con una identità definita e matura.

Negli ultimi due anni sei stato, sotto varie forme, molto prolifico: raccontaci anche i tuoi progetti trasversali

Ti parlerei soprattutto di Guided by noise e di ALP trio. Nel primo di questi side projects, in cui suonano Luca Pietropaoli e Davide Guidoni (già più volte in Pensiero nomade), abbiamo esplorato certa avanguardia jazz vicina a Fred Frith, a Jim Black, ma anche il noise rock di certe cose alla Thurston Moore e l’elettronica di Eivind Aarset, Jan Bang…insomma: non proprio una cosa da viaggio in autostrada! C’è ancora molto da dire, secondo me, su quel versante della musica improvvisata, e non escludo di ritornare su quei passi a breve. Poi c’è stato più recentemente l’ALP trio (Anile, Pietropaoli, Lazzara), che un concept basato su un’idea di mediterraneo estatico, di sud forse solo immaginato, con cui abbiamo provato a far evolvere un’idea di jazz minimale ed elettronico.

C’è una grande attenzione anche agli strumenti che suoni, a cosa è dovuto?

Alla profonda passione per tutto quello che suona attraverso corde, percosse o pizzicate. Io sono un ‘autodidatta totale, un dilettante nel senso classico del termine, perché suonare mi da piacere. E allora provo a diversificare gli approcci anche attraverso l’uso di strumenti costruiti ad hoc, come la touch guitar a nove corde, o il mio harpoud, che è essenzialmente una chitarra fretless a 11 corde con accanto una piccola arpa. Nel tempo ho sperimentato con accordature aperte, con chitarre preparate. C’è sempre qualcosa che mi porta un po’ più in là!

Ascolta il disco di Pensiero Nomade, Salvatore Lazzara

In questo disco, viste anche le contaminazioni di genere negli altri album, in quale quadrante del mondo sei andato?

Il precedente lavoro come Pensiero nomade si era concentrato sulle radici siciliane, e si connotava fortemente in questo lato del mediterraneo; Ultime foglie si spinge più a Est, prova a raggiungere il Bosforo, diciamo così! Ma ci sono dentro ancora tutte le altre voci, gli echi dell’Africa mediterranea, soprattutto nel lavoro dei violini, mentre i fiati virano decisamente al Medio oriente.

Da dove sei partito questa volta per trarre ispirazione?

Nel periodo in  cui ho composto le basi delle tracce ho ascoltato molta musica armena e turca, e ovviamente tutto quello che sono riuscito a trovare che fosse suonato da un Oud, sia sul versante tradizionale che in quello già contaminato di Anouar Brahem o di Dhafer Youssef. Il tutto poi è stato messo dentro ad una cornice per me ormai consolidata, un’idea di world music che deve qualcosa anche all’approccio esplorativo del Peter Gabriel di Passion o di OVO.

E’ un album interamente strumentale, è una scelta artistica precisa?

 Le tracce sono nate come “racconti”, c’è sempre una storia dietro che vuole essere raccontata, che il più delle volte viene suggerita dal titolo. Diciamo che in questa occasione la musica è bastata alla narrazione, ma la storia sarebbe potuta evolvere diversamente.

In tempi di reunion, vi siete sentiti con i membri dei Germinale?

Con Alessandro, Andrea e Marco ci sentiamo raramente. I Germinale sono un po’ come quelle storie sentimentali sospese: si sa che ci si è voluti bene, si sa che ci si è anche strapazzati, a volte, ma con l’occasione giusta e lo spirito giusto si potrebbe anche riprovare. Certo, dall’ultima volta che abbiamo messo qualcosa di originale su cd sono passati più di vent’anni; di recente abbiamo partecipato con una cover dei King Crimson ad un progetto tributo a John Wetton.

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