INTERVISTA | Slow Wave Sleep: il futuro è la follia

Slow Wave Sleep è il progetto musicale di Emilio Larocca Conte, classe ’88, di base a Milano. Blog della Musica l’ha intervistato per approfondirne la conoscenza e farsi raccontare il nuovo disco Chroma 

Abbiamo ascoltato il nuovo sorprendente lavoro di Slow Wave Sleep, Chroma, che si presenta meno cupo e contorto del disco d’esordio L’ultimo uomo, dal punto di vista dell’umore, ma altrettanto fantasioso ed intricato. Gli stimoli sono così numerosi che volevamo porre qualche domanda direttamente all’autore e fondatore del progetto, Emilio Larocca Conte. Ciao Emilio.
Ciao Blog!

Il tuo percorso artistico è ricchissimo, ma guardando il tuo ultimo disco Chroma, ci sorge una domanda non musicale: chi è quella donna dipinta in copertina?
Non conosco il suo nome, so solo che è spagnola ed è il soggetto di alcuni quadri di mio nonno risalenti agli anni ’70. Il disegno originale la mostra sdraiata dietro ad una tavolozza dei colori per rappresentare l’attesa dell’estro, l’idea prima della creazione. Invita lo spettatore a dipingerla, dice che quello che vediamo può far nascere un’intuizione, non solo preoccupazione. C’è bellezza dappertutto. Lei è bellissima, ma la sua vera bellezza sta nell’espressione del viso rilassato, riflessivo, grato alla vita e mai arrendevole. Volevo una copertina abbagliante, che mostri la via di fuga da quel casino in cui mi ero cacciato con L’Ultimo Uomo. Un altro modo di affrontare il mondo insomma. Da paura, rabbia e cinismo alle virtù del samurai: calma, bellezza e precisione del gesto.

Ma quel ciuffo bianco? Te lo colori?
Macché, sono vecchio da quando avevo 11 anni! Sarà lo stress, sarà qualche trauma, sarà un alieno che da lì piano piano avvolgerà tutto il corpo e mi trasformerà in un pupazzo di neve. O forse tutti e tre.

Ok, facciamo i seri. Le tue canzoni ci appaiono come dei libri da ascoltare, perché sono veri e propri racconti. Come sei riuscito a concepire un pezzo di 14 minuti, senza cadere negli stereotipi del prog?
Facciamo i seri. È stato Rachmaninov, mi ha aiutato lui. Ero già partito con l’intenzione di arrivare almeno a 15 minuti in qualche modo creando l’effetto de L’Isola dei Morti. È un torrente orchestrale in continua evoluzione, fino ad arrivare al momento di massima apertura che risolve tutta la tensione accumulata in quella lunga cavalcata. Una goduria. Adoro il prog, ma è dalla musica classica che prendo questo tipo di influenze. Il genere è lo stereotipo, il prog è uno stereotipo, parlare di stereotipi di genere è anche uno stereotipo. Meglio indagare sulle radici delle cose. Cos’è il prog? Viene da progressivo, progredire, progredi, in latino, che vuol dire avanzare, mai ripetersi. In questo senso, qualsiasi musica che scorre senza ripetersi piegando il tempo alle sue esigenze è progressiva.

Quelli di Reflès, il protagonista in quest’album, così come nel precedente L’ultimo uomo, sono sogni. Ma, tra una visione onirica e un delirio “in salsa acrilica” (cit.) ci sono riferimenti alla nostra realtà terrena? Quel “carnevale” ne Lo spettacolo del dolore è alquanto sospetto, con le arance lanciate sul politicante!
Il sogno è un film in cui le memorie sono gli attori, ma purtroppo non mi è mai capitato di lanciare un’arancia addosso ad un politico. È un’usanza del carnevale in Sicilia, non ricordo dove di preciso.

Tutto è riferito alla nostra miserabile vita terrena, dico miserabile perché a carnevale bisogna sfottersi. Spogliarsi di tutto, di ambizioni, freni sessuali, soldi, dignità. Essere liberi? Non penso, ma “tutto è lecito se ti conformi alla parata dei liberi”. Corri per decenni, mille ambizioni ed aspettative, a un certo punto non ce la fai più. È tutto inutile. Cosa fai? È il momento giusto per fregarsene, tingersi il volto e risvegliare il demonio che ci salverà. Anche a costo di sacrificarlo in suo onore. Poi capisci che non sei un artista, sei solo frustrato. Del resto, solo quelli che hanno la sfacciataggine di autoproclamarsi tali lo sono. Poi il successo arriva in base a quante persone riesci a convincere di questa gran boiata. Più reale di così…

Alla fine di quest’opera musicale, troviamo a sorpresa Burn in hell, una cover dei Twisted Sister. Ma accanto alla tua voce, c’è quella di Anton Pettersson. Chi è, e come vi siete conosciuti?
Ci siamo conosciuti nel 2016 a Berlino in coda per un concerto dei Rammstein. Mi invitò ad andare a trovarlo a Norrtälje, un paesino a 40 km da Stoccolma, in occasione del quinto compleanno di suo cugino, e da allora siamo rimasti molto legati. È onesto, molto sensibile e con ottime capacità di argomentazione, sebbene abbia vissuto molto della sua esistenza lontano dalle persone e dalla cultura accademica. L’ultima volta che sono andato a trovarlo è stato lo scorso Aprile, mi ha invitato a registrare alcune voci per il suo progetto black metal Skärseld och Mjöd, ed ho colto l’occasione al volo. Il testo di Burn in Hell contiene tutto quello che abbiamo in comune.

La tua vita è molto movimentata! Quanto c’è di te in Reflès?
Molto, perché è nato come proiezione della mia parte migliore. Ero perennemente insoddisfatto, lo sono ancora, e soffro del fatto di non sapermi comportare in certe situazioni. Mi sono sforzato di cancellare i difetti che mi fanno star male, e quello che resta è lui. Il nome Rèfles è una storpiatura di riflesso, infatti. Non so come andrà a finire, spero di starne sempre distante. È una di quelle entità che può ritorcersi contro. Ora sta pian piano assimilando anche le mie debolezze e non va bene, come l’insicurezza e la ricerca disperata dell’amore. Se continuo così mi ammazzerà.

Come fai a traslare questa musica elettronica dal vivo?
Grazie all’aiuto di persone pazze ed altrettanto forti a suonare che mi sopportano e supportano il progetto. A me sembra un processo lunghissimo perché purtroppo sento la pressione dei trent’anni, ma ripensandoci con sguardo lucido è impressionante quello che siamo riusciti a fare nel giro di un anno. Siamo partiti in garage con scarsi mezzi e con scarse capacità di usarli. C’è voluto un po’ per capire cosa potevamo fare ed assimilare. Le cose sono successe in modo molto naturale, appena l’intuito si faceva vivo ho chiesto alle persone che incontravo di aiutarmi in questa cosa. Ora le canzoni hanno preso una nuova vita e a breve verranno registrate in presa diretta così possiamo farle sentire anche a te che leggi.

Il videoclip per Elogio della follia è davvero folle! Una vera giornataccia, tra gelati in faccia e pupazzi violenti… Di chi è stata l’idea?
Ecco, quello è uno dei brani che più mi spaventa, perché qui Rèfles e io siamo la stessa persona. È stato tutto un’idea di Luca Masiello, regista con cui avevo già collaborato per il video di Parresìa, ma stavolta il DOP Bagher Rahati Nover c’ha messo molto del suo zampino. Mi trovo molto bene con loro. Anche stavolta avevano carta bianca, non avevo la più pallida idea di cosa stavamo girando ed ho scoperto tutto quando è arrivato il primo montaggio.

Sappiamo anche del libro “Spettro”,  scritto in collaborazione con Zenas Witt. Di che si tratta?
È nato come gag per la recente campagna crowdfunding. Al di là dell’amicizia, stimo molto Clarissa per le idee che ha e sono anni che diciamo di fare qualcosa insieme. Avevo già tre racconti da parte, scritti qualche anno fa ed accantonati nell’hard disk, era l’occasione perfetta per tirarli fuori. Raccontano di mostri reali che sono dentro di noi, a cui corrisponde un colore che non ha niente a che vedere con le emozioni e le altre cazzate del marketing che generalmente vi si associano. È più concettuale, a volte un’impressione. Sono 12 sfoghi che rivelano il nostro malessere, che spesso è la nostra parte migliore.

Le curiosità sono ancora tante, ma dobbiamo chiudere. Un ultimo quesito: progetti per il futuro?
Fare più progetti possibili! Scherzo, tutto ciò mi sta svuotando il corpo e l’anima, oltre al portafogli. Quest’anno usciranno il disco live in studio, un EP di inediti, almeno un videoclip e spero un nuovo fotoset. Ora è il momento di suonare tantissimo per recuperare stimoli, ho passato l’ultimo anno di fronte ad uno schermo e sono a pezzi. La schermata dei sequencer, i social e le mail hanno sostituito il mondo reale e sto diventando troppo irascibile e disadattato. Prendere un lavoro come badante di orsi polari sarebbe un altro progetto da considerare.

Info: https://www.facebook.com/swsleep/

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