Con Sulla Strada, il rapper romano Solo Biasso firma il suo primo disco solista: un’opera intensa e personale che affonda le radici nel boom bap classico, arricchito da strumenti analogici e atmosfere evocative. Il titolo, ispirato al romanzo di Jack Kerouac, richiama un’idea di strada come spazio simbolico e collettivo: luogo di libertà, smarrimento e formazione. Ecco la nostra intervista
Sulla Strada di Solo Biasso è il racconto di chi sceglie di restare fedele a sé stesso. Un disco che non vuole insegnare, ma accompagnare.
Nel disco convivono Roma e i suoi quartieri, la memoria, l’amicizia che cambia, l’influenza di autori come De André e Pavese, e uno sguardo critico ma mai cinico sul presente. Con un linguaggio che unisce il rap alla tradizione cantautorale, Solo Biasso costruisce un progetto sincero, viscerale, che si muove fra fragilità, pensiero politico e ricerca di senso.
Il tuo disco si intitola Sulla Strada, un titolo che richiama immediatamente il celebre romanzo di Jack Kerouac. Cosa rappresenta per te “la strada”? È solo un luogo fisico o anche una dimensione più interiore?
La strada, per me, è innanzitutto un simbolo: un simbolo di libertà, ricerca, ma anche di fuga e smarrimento. Nel rap, la strada è sempre stata considerata una sorta di entità trascendentale che indica un marchio di appartenenza, soprattutto nelle città e, in particolare, in una città come Roma, dove ogni quadrante, ogni quartiere e ogni strada possiede un’anima propria.
La strada è anche il non luogo dove mi sento a casa.
Se la casa, e in particolare la propria camera, è identificabile come il luogo dell’io, la strada per me è lo spazio del “noi”: uno spazio di tutti e di nessuno, dove i confini dello spazio e del tempo diventano rarefatti e dove le cose scorrono in modo armonico e caotico al tempo stesso. Per la mia generazione, cresciuta giocando su strade ancora prive di telecamere e divieti eccessivi, la strada è stata davvero un simbolo di libertà e di unione che ci ha permesso di crescere e affrontare la vita in spazi aperti e non sempre prevedibili. Il disco parla di questa strada: un “non luogo” affrancato dalle leggi del mercato, dove chiunque si può incontrare, correre o giocare e, per la mia generazione, la strada è soprattutto questo: la dimensione del gioco, di un gioco dove le regole sono autogestite e non imposte. Una dimensione di non controllo dove imparare a regolare autonomamente i propri limiti e le proprie libertà.
Nel rap c’è spesso una “retorica della strada”, soprattutto in Italia (notoriamente un paese di complessati), secondo cui l’unica vita vera e degna di essere raccontata è quella di chi viene appunto dalla strada, intesa come un contesto di marginalità e selezione naturale, dove vige semplicemente la “legge del più forte”. È normale che in una colonia culturale quale siamo, ogni discorso serio diventi una parodia e lo stesso vale per il rap, dove persone che provengono dal mio stesso contesto borghese devono giocare a qualcosa che non sono solo per poter avere una specie di patentino da rapper, svalutando se stessi e la propria realtà. Per quel che mi riguarda, so chi sono, so da dove vengo e non ho bisogno di scimmiottare nulla. Conosco le mie fortune e le mie guerre (il mio struggle, come dicono quelli bravi) e con la mia musica cerco di rappresentare una borghesia decadente che ad oggi non ha più nessun ruolo; che, di giorno in giorno, perde sia i propri privilegi che la propria forza rivoluzionaria (triste ma vero… i rivoluzionari, almeno quelli moderni, sono tutti borghesi). Rappare significa soprattutto “Rappresentare”: rappresentare il proprio paese, la propria città, il proprio quartiere. È dunque innanzitutto una musica territoriale e, in quanto rapper, non posso prescindere da questo contatto viscerale con le mie strade e da un’onestà profonda nei loro confronti.
In questo progetto mescoli boom bap classico con strumenti analogici e atmosfere più morbide e sognanti. Che tipo di esperienza sonora volevi offrire all’ascoltatore?
In questo disco la mia idea di suono era quella di un rap lento, crudo ma con delle aperture quasi orchestrali, stile Griselda per intenderci, perché sentivo di avevo bisogno di dare più aria al mio discorso e fare un disco più comunicativo rispetto ai precedenti. L’incontro con più produttori che si sono avvicinati al progetto ha fatto sì che deviassi rispetto a certe scelte iniziali e mi lasciassi contaminare a mia volta. Sicuramente, rispetto al primo disco (Dio Non Parla Mai In Città, 2021), ho scelto di ripartire da bpm più lenti e compassati e da metriche meno serrate per cercare un suono sempre scuro, ma meno angusto. Per riuscire a dar vita a tutto ciò ho avuto la fortuna di mettere insieme cinque musicisti a cui sono legato da un rapporto che va oltre la stima artistica: Francesco Sprovieri, in arte Tak, mio socio da una vita, batterista e produttore; Piero Conte, chitarrista romano dei “Sinnerman” e del gruppo olandese “Antares Flares”; Dario Castelli, mio ex coinquilino e producer, fondatore dei “Sinnerman”; Giacomo Nardelli, bassista di vari gruppi della capitale tra cui gli “Innacantina Sound” e producer; Dario Migali, producer e mio socio dal 2018 nel gruppo chiamato “Interferenzer”.
Con Tak abbiamo costruito l’ossatura del disco, principalmente fatta di boom bap, campionamento e synth, buttando giù le prime e le ultime tracce del progetto, alcune particolarmente ruvide, altre dall’atmosfera più calda e onirica. Inoltre si è occupato lui della maggior parte dei mix (il resto, insieme a tutti i master sono stati affidati al maestro Squarta). Con il contributo di Nino e Dario Castelli abbiamo spaziato in due direzioni diverse per cercare di offrire delle varianti rispetto alla linea principale del disco: una più classica e calda, portata avanti con Nino e ispirata al cantautorato italiano, e una più sperimentale e scura con Dario Castelli (Macchine Rotte), che possiamo definire una sorta di manifesto “futurista decadentista”. A completare il tutto si inserisce il brutalismo di Dario Migali con “Tutti Muti”, che rende giustizia alla durezza del pezzo e crea uno dei banger dell’album.

Hai citato autori come Pavese, Marinetti, De André e De Gregori tra le tue ispirazioni. In che modo la letteratura e la canzone d’autore italiana influenzano la tua scrittura rap?
Il rap, come il cantautorato italiano, ha rappresentato per me un ponte tra la vita vera e la conoscenza; un motore di ricerca dove ho trovato un mondo pieno di rinvii e punti di connessione con altri ambiti culturali come il cinema o la letteratura, che mi ha aiutato a mettere insieme dei punti che formano ancora oggi parte del mio immaginario, dei miei valori se vogliamo. Sono cresciuto con l’amore per la parola in musica e scoprire il rap a 14 anni per me è stata la naturale prosecuzione di quei discorsi, fatti di tanta poetica quanto di denuncia sociale. Autori come De André, De Gregori o Piero Ciampi hanno cantato anche loro la strada e l’emarginazione e hanno rappresentato per generazioni la vera musica popolare italiana. Quando parlo di popolare non intendo solo dire qualcosa che appartiene al popolo, ma qualcosa che era letteralmente di tutti. Quando ero piccolo non c’era una sola persona in Italia credo che non conoscesse “La guerra di Piero” o “Bocca di Rosa”. Oggi il rap in Italia, per quanto popolare, lo è sicuramente molto meno di quanto non lo fosse la canzone italiana 30-40 anni fa, anche se in qualche modo ne sta prendendo il posto. Per quanto mi riguarda, tutto è iniziato più o meno da De André e Battisti: crescendo, all’amore per quei testi così immediati e complessi allo stesso tempo si è aggiunto quello per il rap, in cui per un periodo ho sentito una ricerca espressiva forse a volte meno poetica ma ancora più estrema e autentica. Prima di iniziare a scrivere ho passato anni a squagliare dischi e impararmi testi a memoria, molti di questi mi hanno aiutato a dare un senso alla mia adolescenza, a prendermi dei momenti di riflessione su me stesso e sulla società che mi circondava. È stata una cosa potente perché per la prima volta riuscivo ad ascoltare un linguaggio adulto ma orizzontale: adulto perché mi faceva intravedere il futuro, all’epoca non esistevano rapper adolescenti; orizzontale perché quei testi non volevano istruirmi su niente ma mi facevano desiderare di crescere e capire più cose possibili. Credo di non sbagliarmi di tanto se ti dico di avere imparato a memoria più di 1000 testi da ragazzino prima di mettermi a scrivere una strofa. Tengo sempre a mente le parole di Gemello: “Se non imparavi a memoria le poesie quando eri piccolo, come pensi ora di scriverle”?
Sulla Strada è anche un disco che parla molto di solitudine, amicizia, crescita. Credi che ci sia oggi una nuova sensibilità nel rap nel raccontare la parte più fragile e complessa di sé?
Non ho mai cercato un rap “super-omistico” che nascondesse le fragilità, ma neanche un rap auto-commiserante che facesse della fragilità il proprio cavallo di battaglia. Per me, le fragilità non devono essere un pretesto per piangersi addosso e per parlare solamente di se stessi, ma un ponte che ci accomuna. La mia non sarà mai una musica intimista che parla solo dei cazzi propri come se fossero scissi dai cazzi degli altri. Credo che oggi siamo abituati a psicologizzare tutto, e questo, a volte, per me è un limite al pensiero umano. Siamo una società completamente de-spiritualizzata che crede solo all’io e anche questa è una fede: un tipo di fede che credo ci impedisca di sentirci davvero connessi con gli altri.
Per me anche la psicologia deve diventare (o semplicemente tornare ad essere) un atto politico, perché viviamo in una società che tende a relegare i problemi degli esseri umani sempre alla loro parte interiore, mentre, secondo me, non si può scindere da quella sociale, politica e soprattutto economica. Ho sempre visto nel rap una forza che riesce ad unire questi aspetti e a rendere più consapevoli di se stessi e degli altri.
In “Notti Belle” racconti una malinconia legata all’adolescenza e all’amicizia che cambia. Che ruolo hanno i ricordi e la nostalgia nella tua musica?
Platone diceva che tutta la vita è una questione di memoria, un continuo far ritorno a ciò che ci è più proprio e più vero. Per me, la musica è un po’questo: un rimanere connesso con la parte più vera di me, con il bambino che continua a scorrere nel fondo di questo corpo che con il tempo cadrà a pezzi. Il pezzo è dedicato alla Sardegna, la terra dei miei nonni, e in particolare ai miei amici sardi e alle notti passate insieme che, con la crescita, diventano sempre più rare e meno partecipate. La malinconia del pezzo fa da contraltare alla spensieratezza di chi non ha nulla da chiedere, ma solo da prendere. “Vivere è dimenticare, ma ricordare è essere” diceva qualcuno. Tutta la nostra identità è legata a ciò che si è sedimentato in noi sotto forma di ricordi, ma anche di aspettative che quei ricordi hanno generato. La mia sicuramente non è una musica fondata sull’immediatezza del presente e del quotidiano, ma cerca di creare un quadro dove passato, presente e futuro mirano a conciliarsi. La malinconia che si può sentire è diversa dalla nostalgia, che è un sentimento che mi appartiene poco. La malinconia anticipa una fine, la intravede, sente la morte in ogni cosa ma non trattiene nulla perché è proprio la morte a dar valore a quel qualcosa. La nostalgia invece è tutta rivolta all’indietro e io in questo senso sono molto più malinconico che nostalgico.
Il disco è nato con la collaborazione di quattro produttori diversi. Come sei riuscito a mantenere coerenza artistica pur con input sonori differenti?
La coerenza artistica generale è data sicuramente dal concept del disco, dalle liriche e dallo stile di rap che porto, mantenendo un suono sporco e old school come piace a me. Nel mio caso, tutti e quattro i produttori dell’album si conoscono a vicenda; su alcune tracce hanno lavorato insieme (“HH”, “Sulla Strada”), mentre su altre si sono confrontati optando per scelte che si potessero integrare nonostante le diversità. Non so dirti se ci siamo riusciti fino in fondo, ho seguito sia l’esigenza di una coerenza narrativa sia quella di esplorare nuovi terreni. Molti mix sono stati curati da Squarta, che ha reso il lavoro sicuramente ancora più omogeneo, appianando dove si poteva le differenze più evidenti tra un input sonoro e l’altro.
Ascolta il disco di Solo Biasso: Sulla strada
Il percorso di Solo Biasso parte da Roma, da un quartiere preciso, il Delle Vittorie. Quanto ha contato il territorio nella costruzione della tua identità artistica e personale?
Il rap, più in generale l’hip hop, esprime una cultura territoriale e nessun rapper può prescindere dalla propria. Roma è una città impossibile da racchiudere in una narrazione univoca perché la sua anima è frammentata in mille quadranti e quartieri diversi. Il mio, il rione Prati-Delle Vittorie, è un quartiere borghese e piuttosto impersonale, ma è anche una zona nevralgica della città, piena di scuole, dove si riuniscono molti ragazzi anche da altri quartieri (nonché il quartiere di Primo Brown!). Una zona centrale dal punto di vista geografico, ma, come dice un mio amico, anche una “periferia dell’anima”. Un luogo dove si respira ricchezza, ma anche molta decadenza, tra i suoi palazzi di inizio Novecento, un tempo case popolari ora adibite ad uffici di avvocati, sedi Rai e bordelli. L’emarginazione non è sempre e solo economica e, con il tempo, ho cercato diverse chiavi per raccontare le varie marginalità di questa terra di mezzo che chiamo Roma Nordor per il suo carattere freddo e a tratti demoniaco, perché è comunque la zona del vaticano, del potere mediatico ecc. Trattandosi comunque di un quartiere grande come una città (mi sembra conti circa 200’000 abitanti) hai sempre a che fare con un’umanità molto vasta e sta a te un po’ cercare negli anfratti quali saranno i tuoi alleati. Io ne ho trovati molti nel corso degli anni che mi hanno aiutato a sentirmi sempre a casa, cosa non facile in una città come Roma e in un quartiere come il mio dove c’è poca confidenza e solidarietà tra le persone. Non è stato semplice raccontarlo perché se è vero che ogni quartiere di Roma un’anima il mio ha un’anima piuttosto torbida, macchiata dal potere e dal denaro; ma anche tanta umanità nascosta solamente da cercare.
Oltre a essere un artista, sei anche educatore e lavori con i giovani attraverso il rap. Cosa imparano loro da te? E cosa impari tu da loro?
Ho il privilegio di poter studiare, una cosa che ho apprezzato solo da grande e che mi ha portato, dopo gli studi in filosofia, a cominciare questa esperienza completamente per caso, 5-6 anni fa, quando un’amica mi propose di portare dei laboratori rap nelle scuole. L’idea era di sfruttare l’universalità del linguaggio del rap per creare una sorta di didattica alternativa, soprattutto per ragazzi con difficoltà di apprendimento. Dopo diversi anni di esperienze isolate, nel 2020 sono entrato in contatto con la cooperativa romana MetaCoop (quartiere Appio Latino) e soprattutto con il loro centro interculturale Scholè, uno spazio comunitario all’interno di un parco enorme dove ragazzi e ragazze di ogni età e condizione sociale si riuniscono ogni pomeriggio formando una vera e propria comunità. In questo posto, oltre ai laboratori di scrittura che continuo a portare avanti, ho iniziato a fare l’educatore tout court e, ad oggi, lavoro anche in una ludoteca per bambini dai 3 ai 10 anni. Cosa imparano loro da me? Per loro sono una specie di ponte tra l’autorità scolastica e il momento del gioco, perché fondamentalmente il mio ruolo è quello di coinvolgerli in varie attività durante il loro tempo libero, ma sempre sotto forma di gioco, perché il pomeriggio per un bambino o per un adolescente, per me, deve rimanere un tempo libero dove imparare cose nuove ma sempre divertendosi. Io invece da loro re-imparo tutto quello che sto dimenticando crescendo: la spontaneità, lo stupore, la capacità di dare e ricevere affetto gratuitamente.
La copertina del disco è stata realizzata dalla fotografa e designer Irene Starita. Quanto è importante per te l’impatto visivo, oggi, nel racconto di un progetto musicale?
Con Irene collaboriamo dal primo disco di Biasso e Tak, ed è una delle poche persone che conosco che riesce a rendere la fotografia una cosa viva. Sono sincero, quello relativo all’immagine è un aspetto che ho sempre curato poco, un po’ per colpa della mia ingenuità, un po’ a causa del mio autismo verso la scrittura che, spesso, mi porta ad eclissare tutti gli altri aspetti che garantiscono consistenza a un progetto. Irene è una di quelle poche persone che negli anni hanno avuto accesso ai miei progetti, perché sono molto geloso e collaboro solo con persone di cui mi fido. La foto della cover che abbiamo realizzato è stata scattata sul marmo del mio quartiere, al Ponte della Musica, e rispecchia il mio legame profondo con i posti dove sono cresciuto.
Cosa speri che resti a chi ascolta Sulla Strada di Solo Biasso? È un disco che vuole dare risposte, porre domande, o semplicemente accompagnare chi è “in cammino”?
La musica aiuta tutti a sentirci meno soli e, spesso — è brutto da dire — ci fa sentire capiti. Dico che è brutto perché, per me, essere capiti equivale a uno stupro, a una violazione. Io non voglio essere capito e non vorrei mai l’identificazione del pubblico. Vorrei che chi mi ascolta trovasse in quello che faccio degli spunti e delle domande che lo aiutino a capire meglio se stesso, la propria unicità.
È un disco rap adulto per adulti, ma anche per tutti quei pischelli che non si riconoscono nei modelli infantilizzanti che gli vengono proposti dal mercato. Il progetto rappresenta tutte le persone che sono alla ricerca di un’identità condivisa che non sia strumentalizzata dal mercato; quelle che stanno in mezzo a delle polarità, sempre create ad arte per dividerci, e cercano sempre una via terza, rimanendo in dialogo anche con ciò che è più distante da loro.
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