Rock a raggi X. L’Unione Sovietica dei roentgenizdat

Radiografie usate come supporti per duplicare i dischi vietati nell’URSS degli anni Sessanta e Settanta. La storia dei roentgenizdat e degli “spacciatori” di suoni.

Roentgenizdat, li chiamavano. Pubblicazioni a raggi X. Lastre radiografiche ritagliate seguendo circonferenze di non giottesca fattura, dal diametro di sette pollici circa, con un foro al centro anch’esso ritagliato o bruciato via con una sigaretta. Piegate e nascoste nelle maniche degli spacciatori e via, verso il ponte Kuznetsij, nella penombra moscovita. Un rublo, un rublo e mezzo il prezzo calmierato, un quarto degli originali su per giù. Mezza bottiglia di vodka, per un equo e solidale baratto.

URSS, primi anni Sessanta. In principio era stato il jazz il bersaglio della propaganda culturale sovietica. Umiliati e offesi, a mezzo stampa e video, i cosiddetti stilyagi, ascoltatori clandestini dei ritmi d’oltreoceano. Poi però era arrivato il rock’n’roll e il sarcasmo censorio si era rivelato una pallottola spuntata. Tempo di inquisizione, senza mezzi termini, contro il simbolo sonoro della libertà oltre cortina. Non basterà neanche quella. Vietata dalla legge di Stato a partire dal 1958, quella musica circolerà nell’oscurità, come i cantici protocristiani trasmessi oralmente nelle prigioni romane.

Roentgenizdat, il rock sulle ossa

Esempio di Roentgenizdat, raggi x di un disco

Esempio di Roentgenizdat, raggi x di un disco

La necessità è la madre delle invenzioni: una di queste giunge dall’Ungheria, dove i controlli sono un po’ meno opprimenti. Usando macchine ideate per registrazioni militari, i russi Boris Tajgin e Ruslan Bogolowskij avevano iniziato da anni a copiare dischi, prima su sottili fogli di vinile poi su supporti ben più insoliti: lastre per radiografie. Due i vantaggi del materiale, pieghevolezza e, soprattutto, gratuità. A seguito di ripetuti incendi, infatti, una legge aveva vietato agli ospedali di immagazzinare le pellicole radiografiche, spingendoli allo smaltimento gratuito. L’idea della pubblicazione non era stata contemplata, evidentemente.

Nasce così la muzyka na rëbrach, musica sulle costole. I roentgenizdat sono gli equivalenti musicali dei samizdat, copie amanuensi di libri vietati, capaci di raggiungere anche ventimila lettori attraverso il semplice passaggio di mano in mano. Così è anche per la nuova letteratura musicale, ancor più immediatamente sovversiva di quella fatta d’inchiostro. Incisa sulle sue stesse ossa, la musica occidentale contagia così la gioventù sovietica. Chuck Berry, Little Richard, Blii Haley, Elvis, e poi i Beatles e gli Stones, tutti inesorabilmente iscritti sul libro nero. Ma non c’è solo il rock all’indice della censura. Tra i più richiesti al mercato nero è Pëtr Leschenko, il re del tango russo, accusato di essere un rifugiato bianco e di diffondere la sua musica antirivoluzionaria esibendosi per la nobiltà antibolscevica a Bucarest.

Spacciatori di suoni

Prende corpo una rete di consumatori clandestini riforniti da una capillare distribuzione. Un contagio che la propaganda cerca di sanificare con carcere e lavori forzati. E con l’intimidazione: si immettono sul mercato finte radiografie, bootlegs al quadrato, con pochi secondi di musica interrotti da una voce minacciosa: «Pensavi di sentire la tua musica, eh?».

C’è chi, come Rudy Fuchs da Leningrado, dà letteralmente in cambio sangue per ossa, sottoponendosi a copiose trasfusioni per pagarsi l’acquisto di un tornio, una specie di grammofono al contrario, per incidere solchi musicali su lastre. Rock Around The Clock e Boogie-Woogie Bugle Boy, spacciate nei tardi anni Cinquanta, gli costeranno dapprima il posto di lavoro. Poi il suo telefono smetterà di squillare. Infine l’arresto: due anni di prigione. Non appena sarà liberato, riprenderà la sua attività di divulgatore, con spirito quasi evangelico: «Non era per denaro, ma per avventura. Volevo essere tra quelli che donano cultura al prossimo». Bogolowskij in carcere ci finirà per tre volte, cinque anni ogni condanna.

roentgenizdat, radiografia di un disco rock

roentgenizdat, radiografia di un disco rock

Dai roentgenizdat ai magnitizdat

Per gli ascoltatori, invece, il vero reato di quelle lastre è la scarsissima qualità audio, oltre all’estrema deperibilità del supporto: quei surrogati del vinile possono garantire solo cinque, massimo dieci riproduzioni. Tra quelle ossa, quei nebulosi teschi sonori, rivivono le allegorie pittoriche delle Vanitas sull’effimera caducità della musica, assieme alle più attuali benjiaminiane riflessioni sulla riproducibilità dell’arte. Nel frattempo arrivano musicassette e magnitizdat. Sarà la tecnologia, non la censura, a mettere fine a quella storia.

Finché in anni più recenti quelle lastre, vendute ora legalmente non più per il loro valore mediatico ma per quello storico, finiscono nel folto repertorio di souvenirs dell’era sovietica, sulle bancarelle di Mosca e San Pietroburgo. Steven Coates vi si imbatte casualmente, durante la tappa pietroburghese della tournée dei suoi Real Tuesday Weld. Grazie al suo febbrile interesse, la storia dei roentgenizdat giunge agli appassionati occidentali. Un documentario, una mostra itinerante — X-Ray Audio Exhibition del 2015 curata con il fotografo Paul Heartfield — un libro, X-Ray Audio. The Strange Story of Soviet Music on the Bone.

Quando il suono è clandestino

Abbagliati dall’irrisoria facilità con cui molti — non tutti — possono accedere a sconfinati archivi musicali online, facciamo fatica a immedesimarci nell’urgenza che spingeva questi individui, coinvolti in un’operazione che trascende il mero contrabbando per farsi quasi catechesi. Ma la storia dei roentgenizdat parla di ben altre inaccessibilità, non soltanto materiali, riportandoci al sempre drammatico scontro tra la cultura imposta dall’alto e quella verso cui tende naturalmente l’uomo. Una questione troppo presto ritenuta risolta. A torto.

di Francesco Brusco

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