INTERVISTA | “Taverna Maderna” raccontata da Leonardo Mezzalira

Leonardo Mezzalira, diplomato in Composizione a Padova con Giovanni Bonato, con il massimo dei voti e la lode. Ha seguito il corso di perfezionamento in Composizione alla Scuola di Musica di Fiesole con Fabio Vacchi. Ha studiato in Erasmus all’Accademia di Arti Performative di Praga (HAMU) con la compositrice Ivana Loudová. Ha partecipato a Masterclass e lezioni con numerosi compositori italiani e stranieri ed ha partecipato alla IMPULS Academy (Graz). Nel 2019, insieme ad altri giovani compositori padovani, ha fondato l’associazione Taverna Maderna, con lo scopo di diffondere la cultura musicale e artistica a Padova e nei dintorni, con particolare attenzione alle realizzazioni più recenti, agli autori e alle autrici emergenti e alla sperimentazione di nuovi linguaggi. Ecco cosa ci ha raccontato in questa intervista…

Diamo il benvenuto a Leonardo Mezzalira, portavoce del gruppo di compositori e sound-artists che si riunisce attorno a “Taverna Maderna”. Ci può raccontare di cosa si tratta e cosa l’ha spinta a creare questa associazione?
La formazione di un compositore o di una compositrice, soprattutto al di fuori dei grandi centri della musica contemporanea, avviene spesso in modo solitario: al di fuori della scuola sono poche le occasioni di ritrovarsi fra «simili», di confrontarsi e di fare progetti insieme. Me ne sono reso conto già anni fa confrontandomi con alcuni miei compagni di studi conosciuti al Conservatorio di Padova. Con alcuni di loro abbiamo iniziato ad incontrarci, ad ascoltare musica insieme e a discutere delle nuove tendenze (e anche a cucinare piatti ispirati ai diversi compositori del Novecento: il nome che poi abbiamo adottato è nato proprio per indicare queste cene). Contemporaneamente è nata l’idea di fondare un collettivo di compositori, con lo scopo di proporre le nostre musiche ma anche di creare una rete di contatti con altri autori, interpreti e gruppi, anche lontani. Da questo desiderio lo scorso autunno è nata Taverna Maderna: una via di mezzo tra un’associazione di autori e una società di concerti, che si pone – per il momento – l’obiettivo di diffondere la musica contemporanea a Padova e nei dintorni e di creare occasioni di incontro, scambio e condivisione fra tutti e tutte coloro che ascoltano, scrivono, studiano e amano la musica di oggi.

Quando ha avuto il suo primo contatto con la figura di Bruno Maderna?
Tanto tempo fa! Penso di averne sentito parlare in classe, e poi di esser rimasto colpito dalla gigantesca partitura di Quadrivium trovata in biblioteca. Però il primo contatto umano con il personaggio, con la sua personalità burbera, pacifica, e con la sua libertà anche rispetto alla concezione della musica, l’ho avuto – come per tanti altri compositori – guardando le vecchie puntate di C’è Musica e Musica, la trasmissione televisiva sulla musica contemporanea condotta da Luciano Berio all’inizio degli anni ’70. Meraviglioso poi un video che si trova in rete, nel quale Maderna tenta di concertare un suo brano per orchestra in notazione aperta, parlando in veneziano e imitando il suono degli strumenti con la voce.

Secondo lei nei conservatori viene dato abbastanza spazio alla musica contemporanea “colta”?
No. Fino a prima della riforma i programmi di studio la escludevano completamente, e anche adesso uno strumentista può fare tutto il suo percorso di studi senza essere mai invitato ad eseguire musica successiva alla seconda guerra mondiale. Inoltre la «produzione» di nuova musica, che si tratti di organizzare concerti o registrazioni o pubblicazioni, di solito non sembra essere una priorità nei Conservatori italiani.

Attraverso “live performances” e concerti date molto risalto ad opere di giovani compositori contemporanei. Quali elementi di continuità e discontinuità ritrovate in queste opere rispetto alla produzione della grande musica contemporanea del novecento (Maderna, Berio, Nono)?
La continuità è data dal fatto che la nuova musica, almeno quella che ci interessa di più, tiene conto del periodo delle avanguardie, non le rimuove ma ne accoglie le aperture e le scoperte. La musica che ne risulta è in qualche modo consapevole di essere una forma di arte contemporanea che reinventa ogni volta il proprio linguaggio. È a suo modo indipendente dai circuiti del consumo e dell’intrattenimento, e invita ad una forma di ascolto particolarmente privo di pregiudizi, assorto e consapevole. Ci sono però anche elementi di novità o di discontinuità. Innanzitutto alcuni dei tabù associati (non sempre a ragione) alla temperie culturale di allora sembrano caduti, siamo ora liberi di riconoscere che il suono ha un valore rappresentativo ed evocativo, che il pubblico desidera rispecchiarsi in ciò che sente, ridere piangere e trasformarsi. Ci sono poi delle discontinuità che sono il risultato di un’evoluzione tecnica: ad esempio, in molti casi, ciò che un tempo era sperimentazione (come le  tecniche strumentali estese, o l’elaborazione elettronica a un certo livello di complessità) è diventato prassi, quindi molte idee che nel secondo dopoguerra risultavano utopistiche sono ora perfettamente attuabili.

Crede che la musica dei giovani compositori che sostenete attraverso il progetto “Taverna Maderna” possa avere un impatto positivo anche in un pubblico di giovani ascoltatori?
Come ha detto Luciano Berio in una bella frase, le idee capaci di manipolare i suoni «sono fatte della stessa pasta delle idee che muovono il mondo». Se ci si libera di certi pregiudizi su cosa e come dev’essere la musica, su quale funzione abbia, e se ci si mette in una situazione di disponibilità all’ascolto, ci si rende conto che la musica di ricerca attuale è necessaria per l’elaborazione collettiva del presente. E che anzi è parte integrante dell’insieme di flussi e tagli e meccanismi e contraddizioni che chiamiamo presente. È un mondo che può interessare sia i giovani che gli anziani, purché ci sia la volontà di intrecciare un rapporto intenso con il proprio tempo.

Nella domanda però è implicito anche un «come?». A questo riguardo, credo che debba essere la musica stessa a contribuire alla propria diffusione, ponendosi in un modo che inviti chi l’ascolta a un grado di apertura e di attenzione maggiore. Certo, perché la musica di ricerca possa svolgere questo compito bisogna proporla, eseguirla di più e in luoghi diversi da quelli in cui di solito è confinata: perciò è nata Taverna Maderna, e perciò la nostra rassegna tende a migrare da un posto all’altro della città, cercando di contagiare più ambienti possibili.

Quale valore attribuite al lavoro di compositori molto noti al grande pubblico che utilizzano un linguaggio che definiremo sostanzialmente “tonale” e decisamente lontano dalla cosiddetta musica contemporanea “colta” (Giovanni Allevi, Ludovico Einaudi o Cesare Picco, per intenderci)?
Ho spesso l’impressione che la musica di ricerca o contemporanea abbia più punti in comune con alcune esperienze evolutesi a partire dalla popular music, ad esempio il rock psichedelico o l’elettronica in senso lato, di quanti non ne abbia con ciò che viene percepito come nuova musica classica. La permeabilità ad altri generi musicali è un’altra di quelle caratteristiche «nuove» che si possono riscontrare negli autori e nelle autrici di oggi. Ciò detto, con alcuni dei musicisti che cita ci possono essere dei punti di contatto: se non nel riferimento al mondo sonoro delle avanguardie, almeno nel background minimalista, al quale alcuni di noi sentono di tanto in tanto la voglia di riallacciarsi.

Crede che le attuali piattaforme di distribuzione musicale digitale (spotify, deezer, itunes) possano aiutare a far conoscere i giovani compositori che voi sostenete?
La rete, a prescindere da quale piattaforma si usi, è uno strumento imprescindibile per far conoscere la propria musica, e anche noi come Taverna Maderna abbiamo iniziato – complice il lockdown – a pubblicare alcuni brani su Youtube. Ho però l’impressione che la nostra priorità rimarrà lo spettacolo dal vivo, per una serie di motivi che vanno dalla voglia di creare una comunità anche fisica intorno alla musica contemporanea nella nostra città fino al grande interesse, che personalmente spero esploreremo presto, delle esibizioni destinate specificamente a un luogo e che interagiscono con le caratteristiche sonore dello spazio. Credo che la risposta principale alla minaccia che ci viene dalla fruizione esclusivamente digitale della musica – il rischio di venir «diluiti» in un mare infinito di proposte – stia anche nella capacità di creare una forma di radicamento nel territorio fisico e nello spazio concreto.

Quali sono i vostri progetti per il futuro?
L’emergenza di questa primavera ci ha costretti a cancellare parecchi eventi del nostro primo anno di attività, e abbiamo intenzione di recuperarli insieme ad alcune date nuove che, se tutto va bene, vedranno degli interessanti accostamenti tra musica molto nuova e musica molto antica. In prospettiva, poi, i progetti sono molti: stiamo pensando a un concorso di composizione, a delle masterclass o seminari e a nuove incursioni nelle altre città del Veneto dopo i due concerti a Bassano del Grappa che abbiamo organizzato nel corso della stagione passata. Nel frattempo vi invitiamo al nostro prossimo concerto, che si terrà il 9 Settembre 2020 al Parco Prandina e si svolgerà in collaborazione con il Centro d’Arte, storica associazione padovana dedita alla diffusione dei nuovi linguaggi musicali.

a cura di Paolo Lazzarini
Pianista e Compositore

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