INTERVISTA | The Kalweit Project: due biciclette ispirano il nuovo EP del gruppo

The Kalweit Project, progetto musicale di Georgeanne Kalweit. hanno pubblicato Swiss Bikes primo singolo estratto dall’omonimo Ep. Blog della Musica li ha intervistati

Raccontateci qualcosa su The Kalweit Project, su come è nato il gruppo e chi lo compone.
Il progetto nasce in provincia di Lecce nel 2015 quando Georgeanne Kalweit si incontra con Giammarco Magno, bassista, e Manuel Fontana, primo batterista della band, e successivamente con Pierluigi Papadia nasce la band. Georgeanne si era trasferita in Puglia dopo 20 anni a Milano e ha formato la band dalla necessità di avere un progetto da sviluppare nella sua nuova zona (dopo 2 dischi con il gruppo precedente che aveva a Milano, I Kalweit and the Spokes usciti per Irma Records). Cominciamo a comporre i primi brani nati da spunti di Georgeanne e poi sviluppati durante le prove. In seguito ad alcuni cambi di line up la band si stabilizza nella formazione attuale con Atraz alla batteria e Alessandro Dell’Anna alla chitarra. Il contributo del produttore Giovanni Ferrario (attualmente Giovanni Ferrario Alliance, precedentemente Scisma, Micevice, produttore del disco solista di Rachele Bastrenghi) è stato fondamentale nel realizzare le giuste sfumature degli arrangiamenti: scarni, autentici e riflessivi nei brani intimisti, energici invece nei brani più intensi e duri.

Il vostro EP in uscita il 5 Aprile si chiama Swiss Bikes, da dove viene questo titolo?
Questo brano, così come l’intero lavoro, si ispira a due biciclette realmente esistite: una proveniente da Basilea, l’altra da Berna. Entrambe rinchiuse in un garage a prendere polvere per anni, sono state portate in Italia dall’allora fidanzato di Georgeanne, oggi suo marito.

Viene così data una nuova vita a queste due biciclette che rappresentano per la coppia, trasferitasi dal Nord Italia alla provincia di Lecce, uno sfogo a basso costo, un modo per fare qualcosa insieme: perdersi tra le stradine di campagna nel crepuscolo per lasciarsi trasportare in silenzio nell’oscurità che sopraggiungeva e riconnettersi alla natura riportando a galla sensazioni legate alla propria infanzia.

Le due biciclette erano come due gemelle ritrovate, un po’ come Georgeanne e il suo compagno: due persone simili che finalmente avevano incrociato la stessa strada pur venendo da due parti diverse dal mondo (Minneapolis, USA, lei e Lecce, Italia, lui).

In seguito le biciclette – sempre parcheggiate in un cortile di casa nascosto – legate l’una all’altra, scompaiono: ancora una volta incatenate insieme in questo loro destino. Qualcuno, inspiegabilmente, le aveva rubate proprio il giorno prima del matrimonio di Georgeanne.

Fu un colpo terribile perchè in qualche modo le biciclette rispecchiavano la coppia, ricordando quel salto nel vuoto che i due innamorati avevano affrontato nel lasciare tutto al nord e poi nel decidere di sposarsi: questo evento rappresentava in qualche modo una sorta di perdita dell’innocenza, era come se fosse giunto il momento di “diventare grandi”, compiendo il passo del matrimonio.

Ed è così che il brano Swiss Bikes porta anche una riflessione sulle relazioni di coppia, su come sia necessario e salutare che vi sia un elemento di “gioco” per alimentare la curiosità per l’altro.

Definireste Swiss Bikes come un “concept album”?
Non lo definiremmo un concept album, sono tutti pezzi indipendenti tra loro che raccontano il mondo di Georgeanne, dalla sua origine statunitense fino a vissuti della sua quotidianità.

Le canzoni di Swiss Bikes sono prevalentemente di stampo rock e strizzano un po’ l’occhio alla psichedelia, creando melodie un po’ oniriche e surreali, quali sono i temi principali dei vostri brani?
Swiss Bikes vuole essere uno specchio dei nostri tempi, concentrandosi in particolar modo su come i modelli di comunicazione stiano cambiando attraverso le nuove tecnologie e i social media: sempre più virtuali e sempre meno reali.

L’EP vuole essere anche un omaggio al semplice – ormai arcaico – bisogno di amare e di essere amati, nonostante il diffuso cinismo d’oggi, specie del mondo occidentale in cui qualsiasi cosa(anche i sentimenti) è a portata di click.

Si, la scelta di creare mondi un po’ surreali e onirici con la musica nasce dall’esigenza di tradurre certe cose che sono davvero un po’surreali e difficile da concepire ed ingoiare. I temi principali sono molto attuali, appunto i social media come in My Beast My Feast che racconta come i social stiano trasformando le persone in protagoniste ‘fai da te’, delle volte in bestie, delle volte in persone solo molto bisognose di attenzione che mostrano solo un lato di sé, molto selettivo, che può ingannare le apparenze, secondo le loro esigenze psicologiche. L’uso dei social media crea dipendenza, è come un pillola che uno si deve prendere ogni giorno per mantenere questo senso di appartenenza, o importanza, ma spesso crea delle persone molte sole che poi non sanno più relazionarsi nel mondo ‘faccia a faccia’.

Un altra tema è il terrorismo (in Seriously Furious) che provoca sgomento, frustrazione e indignazione di fronte alla imprevedibilità di tanti atti a sorpresa, crudeli e anche incredibili; in questo caso, il testo si spira alla notizie dell’archeologo, custode da 40 anni del sito UNESCO di Palmyra in Siria che fu decapitato insieme alla distruzione del sito in sé.

Ma per la prima volta nei testi di Georgeanne, che spesso tratta temi socio-politici, si dà ampio spazio al concetto dell’amore come porto sicuro in un mondo sempre più sconcertante, e dell’impegno che c’è nello ‘scegliere’ di stare in un rapporto a due a lungo termine, con tutto il brutto, bello e il cattivo che ne consegue. Alla fine c’è la realizzazione che siamo sempre individui con il nostro bagaglio personale e culturale secondo l’origine, ma anche le conseguenze di come l’amore viene ritratto nei telefilm che abbiamo consumato fin da piccoli come modelli imposti. Siamo come isole vaganti (in Love American Style), è un concetto che si è amplificato col trasferirsi di Georgeanne nel sud nell’Italia in Salento, lei che viene dal nord del mondo, da Minneapolis, Minnesota, per trovarsi in una cultura molto diversa dalla sua, e da quella di Milano, più metropolitana e globalizzata, che l’aveva ‘formata’ alla vita Italiana. Tutto ciò ha fatto sì che Georgeanne si sentisse paradossalmente più Americana che mai, e cosciente che il suo modo di amare sarà sempre è inevitabilmente in ‘stile Americano’ nonostante il cambio di territorio.

Infine una tematica difficile da trattare è quella della dipendenza di droghe, che può portare alla depressione (The Earth is Flat) che forse sono 2 facce della stessa medaglia, e persino alla morte. Questa tema viene affrontata nel testo come un inno verso quelli che fanno fatica a stare al mondo e che magari non ce l’hanno fatto, per sbaglio come overdose o per troppi eccessi, troppa sensibilità o dalla propria mano. È un invito alle cose semplici che devono bastare quando si tratta di cercare di stare vicini alle persone che soffrono, che sono borderline e lì per lì, nel tentativo di trattenerli in questo mondo per far sì che ritrovino la bellezza e la speranza per non cadere via dalla faccia della terra, come si suol dire come metafora.

Quali sono le vostre influenze artistiche principali?
Le influenze musicali di Giammarco che ha composto maggiormente la musica, sono molto eterogenee. Quelle di Georgeanne sono legate sia al mondo dell’arte visive – in quanto pittrice laureata in belle arti (pittura e incisione) – e della storia dell’arte, che alla musica alternativa, post-punk, maggiormente Americana. Influenze importanti nell’arte sono Edward Hopper e Georgia O’Keefe e, naturalmente, Frida Kahlo. Per la musica è molto legata all’abilità nello ‘storytelling’, come intensità e unicità nel sound musicale ci sarebbero per esempio PJ Harvey o Mark Oliver Everett degli Eels, e Beck per il suo senso sperimentale musicale e vocale, ma anche per l’immaginario dei video, sempre molto suggestivi e unici. Andando un po’ indietro ci sarebbe anche Patti Smith, David Byrne e Lauri Anderson.

Molto bello il progetto grafico legato all’EP, così come il video del singolo Swiss Bikes. Cosa sta dietro all’ideazione di questo progetto grafico?
Grazia Amelia Bellitta, Nello Rosato e Ambra Abbaticola hanno voluto cogliere il lato nascosto del brano in un video che manda in “play”, in un processo inarrestabile, l’immaginazione dello spettatore. Si rimodella ad ogni nuova visione e lascia spazio totale all’animo sognante. E’ un quesito aperto: alla fine, non si saprà mai se si tratta di un ricordo, di un flash back o di un’illusione. Ricco di simboli e metafore, tocca direttamente l’inconscio, in un mix di suoni ed immagini che vanno oltre l’idea convenzionale di un video musicale.
Il principio è dare importanza a ciò che non si vede ma si “sente”, l’intento, quello di evocare atmosfere oniriche fatte di colori, adesso freddi e adesso caldi.
Non è un caso che a girarlo siano 3 artisti impegnati in ricerche dove il visual prende piede. Una sfida quindi, dove video e musica non sono due elementi separati, ma diventano un tutt’uno, si uniscono e raccontano una storia emotiva ed estetica.

Il progetto grafico, di Grazia Amelia Bellitta che, chiaramente, richiama lo stile del video, vuole incuriosire. Lo sfocato invita a scoprire ciò che può succedere in un campo aperto, quando si va verso l’orizzonte. Cosa succede dopo, quell’orizzonte. Ed è solo grazie alla musica che questo viaggio “oltre” è possibile.

Anche in questo caso parliamo di una visione totale, dove le pause, tra una traccia ed un’altra, servono per riprendere fiato e andare avanti per farsi guidare, come in un percorso meditativo, a nuove visioni.

Info: https://www.facebook.com/thekalweitproject/

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