INTERVISTA | UNIBRIDO: l’irriverenza sociale dell’indie

Gli UNIBRIDO hanno pubblicato il loro primo disco, il debutto è prodotto da Luigi Caprara e si intitola P.I.G.S. Noi di Blog della Musica abbiamo scambiato alcune parole con i due componenti del gruppo Carlo e Marvin

Dalla provincia arriva questo duo che inevitabilmente richiama alla memoria e al cuore quei White Stripes che in qualche modo diedero i natali e sdoganarono un certo tipo di pop rock americano, ruvido dalle intenzioni punk. E qui la storia si ripete ed è tutta abruzzese. Sono gli UNIBRIDO che sfornano questo primo disco prodotto da Luigi Caprara dal titolo d’impatto P.I.G.S. cercando di condensare limiti e rivoluzioni personali in questo suono che cerca la melodia comoda senza voltare le spalle alle soluzioni ruvide, quasi a ricordarci il bello che avevamo nel bel rock on the road dei Lynyrd Skynyrd… con questa voce portante che spesso si fa corale a tradire le radici indie di oggi e la voglia di oltrepassare le regole portando a manifesto di questo un lungo brano strumentale di oltre 7 minuti dal titolo Rumore Freddo. Un cocktail che si figura ingenuo ma che in testimonia quanta energia buona esiste fin dentro le ossa di una provincia che dista tantissimo dalle cose più quotidiane.

Un titolo forte. Partiamo da qui. Chi sono i veri “porci” secondo voi?
I nostri “maiali” sono molto meno intelligenti di quelli di Orwell, ragionano quasi esclusivamente di pancia e analizzano il mondo che li circonda con banale superficialità. Danno importanza a cose stupide e si vantano del loro analfabetismo funzionale. A volte sembrano anche piuttosto critici verso lo status quo, ma poi non si assumono responsabilità e non alzano un dito (se non per insultare qualcuno sui social). Un bel profilo, no?

Ma questo titolo par essere anche un acronimo o sbaglio?
E lo è, infatti. P.I.G.S. è l’acronimo che qualche anno fa dei simpatici giornalisti ed economisti nordeuropei avevano inventato per indicare i Paesi del Mediterraneo (Portogallo, Italia, Grecia e Spagna) rei di essere poco “virtuosi” secondo i loro arbitrari parametri economici. Non essendo un economista non ho intenzione di entrare nello specifico, ci siamo solo limitati ad appropriarci dell’acronimo dandogli un significato più ampio.

Nel video che molto deve a quel certo gusto alla The White Stripes, perché secondo voi Non c’è più tempo?
In realtà il tempo non c’è mai stato perchè il tempo non esiste. E’ un’invenzione dell’essere umano, una convenzione.
Il fatto è che il pianeta sta cambiando. E noi con lui. Le ultime scoperte nel campo della fisica e delle neuroscienze ci dimostrano come mai prima d’ora quanto l’umana percezione razionale e cosciente della materia sia limitata. Noi crediamo che “la realtà” sia solo quella che riusciamo a percepire con i nostri sensi e che le frequenze basse del nostro cervello elaborano. Bisogna acquisire la consapevolezza che intorno e dentro noi c’è molto di più, che l’universo è in continua evoluzione e che, come scrive Carlo Rovelli, “l’immanifesto è molto più vasto del manifesto”.

E l’immagine di questa ragazza che canta? Puro esercizio estetico o ha con se un qualche messaggio?
Inizialmente è stata un’intuizione. In realtà nasconde un significato simbolico molto profondo. Wine Consuelo, l’attrice a cui presto la voce nel videoclip di Non c’è più tempo, è la nostra parte femminile che viene fuori, quella meno razionale, più ricettiva e creativa che in un contesto sonoro in cui la ritmica e le chitarre sembrano gli ostaggi di un countdown impazzito, prova a ritrovare se stessa oltre le parole, le paure e l’apparente insensatezza della vita.

Ecco torniamo a parlare di ispirazione… la musica degli Unibrido da cosa attinge?
In un senso ampio direi che attinge da qualunque cosa abbia a che fare con le nostre vite: il lavoro, le relazioni, le forme d’arte che amiamo, i libri che leggiamo e, ovviamente, la musica che ascoltiamo. Ecco, proprio nell’ambito musicale potremmo dire che le ispirazioni decisive arrivano dai blues elettrici e psichedelici della Londra degli anni sessanta e settanta sporcati dal polveroso stoner dei novanta in salsa alternative rock all’italiana. Bon appétit!

A chiudere: dalla provincia si può fare musica per il resto d’Italia come ci insegnavano gli anni ’90?
L’evoluzione tecnologica ci dice che è possibile farsi ascoltare all’altro capo del mondo direttamente dalla propria cameretta! Non ci sono più confini. L’importante è avere qualcosa da dire, cercare di elaborare contenuti validi. Noi crediamo che la scena abruzzese che sta nascendo abbia tante cose buone da proporre anche a livello nazionale, come gli Ummo o i Joe Batta & i Jeko. Vedremo come evolverà questa situazione. Nel frattempo la prerogativa rimane sempre la stessa: suonare! E per poterlo fare, oltre alle band, c’è bisogno di locali idonei ma soprattutto dell’entusiasmo di un pubblico fatto di carne ed ossa. C’è vita oltre gli smartphone. Fidatevi.

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