Valentina Fin: Negli stessi fiumi | Recensione

Copertina del disco di Valentina Fin: Negli stessi fiumi

Può un genere musicale rinascimentale tornare contemporaneo? Prova (e riesce a farlo) la compositrice Valentina Fin, assieme ad Angela Centanin, Alberto Rassu e Leonardo Franceschini: il madrigale incontra jazz e post rock. Gilberto Ongaro vi racconta Negli stessi fiumi.

Gli ex studenti del DAMS e di Musicologia sanno che il madrigale ha avuto storicamente due vite: una prima modesta nascita nel Trecento, con declino alla fine del secolo, e un secondo ritorno di fiamma nel Cinquecento, con una vasta produzione che ha influenzato la cultura europea.

Erano composizioni vocali dal raffinato contrappunto, spesso con andamenti a canone e armonie complesse. Arcadelt e De Rore sono tra gli autori fiamminghi più noti, ma anche Claudio Monteverdi si cimentò nei madrigali a inizio carriera, prima di gettare le basi per la nuova musica seicentesca.

Oggi, quando i madrigali vengono eseguiti, si cerca di recuperare giustamente la filologia, rispettando le caratteristiche dell’epoca, e così l’ascolto diventa un viaggio nel tempo. Ma, visto che il madrigale si estinse a fine Trecento per poi rifiorire nel Cinquecento, portando con sé le influenze della frottola e della polifonia del Quattrocento, non può esserci un modo per farlo rinascere anche nel ventunesimo secolo, portando con sé le influenze del Novecento?

È esattamente questo che riesce a fare Valentina Fin, assieme ad Angela Centanin, Alberto Rassu e Leonardo Franceschini. La compositrice vicentina si è fatta conoscere come cantante jazz, e nella sua discografia si trovano ricerche filologiche in tale direzione (come l’album “Tumiza”), ma i suoi interessi approfondiscono anche la musica rinascimentale e barocca.

Ascolta il disco Negli stessi fiumi di Valentina Fin

Queste due esperienze si fondono, realizzando Negli stessi fiumi. Uscito per Bacàn, l’album contiene otto brani, alcuni originali, altri ispirati da Maddalena Casulana. Casulana (1544-1599) è la prima donna compositrice riconosciuta nella storia della musica. “S’accordan l’onde”, che qui è la quinta traccia, recupera “Cinta di fiori un giorno” di Casulana, e anche “Monti selve fontane” appartiene alla compositrice toscana, e chiude l’album di Fin.

Ma qui la filologia non c’è, o meglio, c’è a metà, solo quel tanto che basta per chiamare madrigali queste composizioni. Fin riesce a trovare una nuova forma di madrigale contemporaneo, dove le voci a volte si seguono a canone, a volte per contrappunto. Se il madrigale trecentesco era prettamente vocale, mentre quello del Cinquecento contemplava accompagnamenti strumentali, il madrigale di Fin è accompagnato da chitarra elettrica, basso e a volte percussioni; le parti vocali sono alternate a virtuosi assoli degli strumenti.

C’è spazio anche per il dialetto: “Sigàr come n’anguana”, in veneto vuol dire “Urlare come un’anguana”. L’anguana è una figura mitologica diffusa in Veneto e Friuli, in genere nelle Alpi. Simile alla più nota ninfa, è una fata dell’acqua, (spesso rappresentata con parti del corpo non umane), che sa sedurre gli uomini e trascinarli nel ruscello. Sa lanciare forti grida, da lì l’antico detto veneto “sigàr come n’anguana”. Se non rispettate, le anguane possono anche fare paura, e il brano di Fin conclude con una melodia cantata all’unisono con la chitarra elettrica, che esprime l’angoscia di sentirsi spiati: “La ghe xé qualcosa che me oserva”. Quando il protagonista capisce che è solo il vento (“Ma xé solo el vento”), queste ultime parole vengono cantate in un’armoniosa polifonia, ritrovando la pace.

L’elemento dell’acqua è centrale in quest’album, tanto da acquisire coscienza. In “Acqua” i cantanti dicono: “L’acqua ci parla, ma noi non la capiamo”, accompagnati da da note di mbira (o kalimba). Tra i titoli, si fa notare il petrarchesco “Chiare fresche e dolci acque”, che dilata e si distanzia dalla composizione di Palestrina; ma un brano che mi incanta particolarmente è “Valle”, perché la melodia ricorrente è costruita sulla scala misolidia, e questo le dà la tipica forza suggestiva di quella scala.

“Ecco mormorar l’onde” di Claudio Monteverdi è l’unico brano che, all’inizio, concede un’esecuzione filologica, “all’antica”, dei madrigali, almeno della prima strofa. Pochi istanti dopo, arrivano arpeggi di chitarra con tremolo, e note suonate con lo slide, mentre la voce inizia a fare degli acuti versi, dando una connotazione psichedelica al pezzo, che poi si trasforma ancora in un 6/8 delicato.

Fatti in questa maniera, i madrigali sono assimilabili a certe intenzioni del post rock e di certa musica dark, come quella dei Dead Can Dance. La scelta di non introdurre anche la batteria in questo ammodernamento permette di concentrarsi sulle polifonie vocali, forse appesantisce un po’ l’ascolto complessivo, ma intanto un miracolo è già stato compiuto: quello di rendere contemporaneo il madrigale.

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