Tra stoicismo, emozioni e attenzione al sociale, torna la cantautrice veronese Veronica Marchi con il nuovo album Bianca, a sette anni dal precedente. Ce lo racconta Gilberto Ongaro
Mi piace sempre fare sinestesie tra colori e suoni. Un suono azzurro, una canzone viola… In questo caso, Veronica Marchi ci suggerisce di aver scritto musica bianca. Bianca, titolo del suo nuovo album, indica la sintesi di tutti i colori, come recita il comunicato stampa, ma è anche il colore di un cercato candore.
Marchi compie un viaggio introspettivo, da cui esce una musica delicatamente acustica, soprattutto per chitarra e pianoforte, con qualche incursione di basso e batteria, e di chitarra elettrica sperimentale, come si sente in “E ritrovarti sempre”, che si apre in un rock à la Paola Turci. In questa canzone, Veronica intona poche note, preferendo un rapido parlato, come fanno i Massimo Volume.
Paola Turci, Massimo Volume: è tutto molto anni ’90. Infatti, una delle canzoni si chiama “Anni ’90”, dove la cantautrice rimpiange l’era pre-Internet: “Voglio una dose di anni ’90, quando c’era meno di tutte le cose, voglio una mappa che non sa parlare, voglio indovinare il tuo compleanno, voglio rischiare di perdermi adesso perché non trovo il mio posto (…) quando ci bastava un rullino da 30 (…) quando le storie erano nella testa e darsi appuntamento era un mistero”.
Ascolta il disco Bianca di Veronica Marchi
Marchi scrive i testi in maniera semplice e lineare, tuttavia evita versi prefabbricati da cantautore. Ad esempio, non ci sono mai espressioni cliché come “Gioco le mie carte”, “Mi sveglio la mattina” eccetera. Anzi, spesso i pensieri sono lunghi e dettagliati; per questo, spesso capita che le frasi vengano spezzate dalla versificazione, quindi per comprendere un’idea bisogna attendere la fine di una strofa. Questo costringe a, lieta notizia, prestare attenzione, concentrarsi.
Ad esempio, “Come eravamo” inizia così: “Occhi che arrivano in silenzio e sanno dove andare, di mare ne hanno visto troppo e adesso si sentono feriti dal nero del cemento che brucia nella gola, come il peso di un rimpianto”. Vedete? È un’unica frase lunga, facile da capire ma bisogna sentirla tutta, dagli occhi al rimpianto.
Ci sono due filoni tematici che si avvicendano nell’album: uno è quello intimo, sulle relazioni, i sentimenti, gli addii e la dolce attesa (“13 ottobre” è in pratica una canzone sorella di “A modo tuo” di Ligabue, pensando ovviamente all’interpretazione di Elisa). L’altro filone è quello che mette a fuoco temi sociali, come “Lea”, che affronta una delle tante (troppe) morti sul lavoro, raccontata dal punto di vista della moglie che resta sola; o “Giù”, dedicata al crollo del Ponte Morandi.
Le canzoni sono piccole narrazioni. “Le tue bugie più belle” snocciola una situazione di ghosting: “Conto i sorrisi che mi hai stampato sul cuscino, mastico e sputo parole come origami (…) Tu dici non so se riesco ancora, soltanto ieri era un’altra cosa, dal cielo cadono giù le stelle, dalla luna esplodono i miei sogni e le tue bugie più belle (…) Sono una scema, ci credo ancora che possa essere un’altra cosa”. Carino l’easter egg deandreiano del “mastico e sputo”, che ricorda l’anafora di “Ho visto Nina volare”.
Altro elemento che emerge dai testi è una sorta di filosofia stoica che premia le difficoltà, le considera foriere di crescita. Si nota accostando versi di canzoni diverse: “Ed è meraviglioso perdersi nell’ombra della prossima nuvola”; “Averti dentro sarà difficile, ma la bellezza non è mai facile”; “La quercia ondeggia ma non è stanca di farsi prendere e sballottare da ciò che accade, perché accade. Anche stavolta l’ha presa tutta, ma non si chiede se sia questo un temporale solitario, beve ancora da ogni goccia e non sarà l’ultima volta”; “La strada è dentro, ed è un percorso che io spero sia denso di difficoltà da superare”.
Insomma, per Veronica Marchi “no pain, no gain”. Ma ascoltare il suo album non è una difficoltà insormontabile. Se vi concedete un minimo (minimo!) sforzo di ascoltare qualcosa che duri di più di un reel, troverete una cantautrice che qualcosa di valido ve la dà, da almeno vent’anni, e porta in chiave contemporanea degli espedienti stilistici che appartengono alla grande canzone d’autore (questo mi è venuto in mente ascoltando i versi di “Lea”, dove alcuni versi si ripetono con minime variazioni, e quelle variazioni ribaltano il senso. “Lea lo sa perfettamente” come “tutto questo Alice non lo sa”).
L’album ospita le voci di Cristiana Verardo, Andrea Mirò ed Eva.
Bianca è musica che nasce al contempo dal guardarsi dentro che dall’osservazione della realtà, in maniera diretta ed efficace.
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