Violent Femmes

I Violent Femmes, band dei primi anni Ottanta con Brian Ritchie, Victor DeLorenzo e Gordon Gano. Ecco storia e discografia del gruppo di Milwaukee…

Si ritorna sui VIOLENT FEMMES. Dopo averli presentati anche a chi, ahiloro, non li aveva ancora conosciuti, si va di flashback. Primissimi anni Ottanta. STING ed altri soloni, fra cui diverse centinaia di giornalisti dimoranti anche alle nostre latitudini, dichiarano che “il rock è morto”. L’edonismo, che molti non sanno neppure cosa sia, diventa stile di vita. Fenomeni musicali come l’hip-hop e il rap dilagano per le radio, le quali, checchè ne dica LLCOOLJ, non se la passano benissimo, incalzate come sono dai nuovi programmi TV infarciti di video musicali.

Cosa approfondiremo in questo articolo sui Violent Femmes:

  1. Introduzione
  2. Come sono nati i Violent Femmes
  3. L’esordio discografico
  4. Il secondo album dei Violent Femmes: Hallowed Ground
  5. The Blind Leading The Naked
  6. Lo scioglimento dei Violent Femmes

Ad uno spettatore superficiale potrebbe sembrare che la colonna sonora di fine millennio sia ad appannaggio di musicisti ben pettinati, le cui virtù risiedono più nell’arcata dentale che nell’ugola. Ma sotto la superficie patinata delle copertine di dischi la cui durata media di ascolto è due mesi, c’è un mondo vivo, vegeto e pulsante. Che all’occhio concede il giusto spazio.

C’è un mondo vero, magari più sporco, ma reale. Costituito da ragazzi e ragazze che lavorano, vanno a scuola, vivono la loro città e la loro provincia. Sognando, ma non per questo ossessionati, di apparire costantemente sul set di un videoclip o sulla passerella di uno stilista. Un mondo fatto di case, scuole, parchi, chiese, bar. Un mondo che può essere quello di Hull come quello di Piacenza, quello di Brema come quello di Milwaukee. Ed è proprio nella città resa famosa dal telefilm HAPPY DAYS che comincia la storia dei nostri eroi, i quali seguendo l’esempio di migliaia di studenti arrabbiati, emarginati che scuotono la testa e il cuore su accordi punk e post-punk, si rifiutano di seguire una via maestra, percorsa da improbabili star dell’ultimo minuto, dedite a canzonette che non lasciano nessun ricordo (nella migliore delle ipotesi) e, buttando il cuore oltre l’ostacolo, cominciano a suonare musiche nuove che prendono lo spunto da quelle più antiche delle loro terre d’origine.

E quindi blues, gospel, folk. E rock. Che a quel punto è rivitalizzato, altamente instabile, furiosamente contagioso. Alla faccia di Sting.

In quel di Milwaukee tre ragazzi si divertono a giocare con le mode del tempo, trasformandole in qualcosa di proprio, di unico. Una maniera talmente conservatrice di rivedere le più antiche tradizioni musicali americane, da risultare come si diceva poc’anzi, tremendamente rivoluzionaria e innovativa. La caparbia volontà di suonare il country, l’umiltà di approcciarsi al folk con strumenti volutamente approssimativi diventano le chiavi per mettere un nuovo tassello sonoro alla parola punk. È così che tre ragazzi, poco più che ventenni, con la giusta dose di rabbia e frustrazione, con una povertà acustica e una certa devianza elettrica, danno voce ai disagi post-adolescenziali della propria generazione.

Come sono nati i Violent Femmes

Ladies and gentlemen, sono nati i VIOLENT FEMMES, tre busker insolenti che di nome fanno Brian Ritchie, Victor DeLorenzo e Gordon Gano. I primi due nel 1980 decidono di formare un gruppo. Ritchie è un polistrumentista folgorato da Jaco Pastorius, mentre DeLorenzo, sangue siculo nelle vene, gioca con tamburi, secchi e spazzole. Dopo un anno incontrano Gano, figlio di un predicatore battista, aspirante cantante e chitarrista, dedito al culto di Lou Reed (se vuoi scoprire la discografia di Lou Reed leggi questo articolo).

Dopo aver scelto quell’improbabile nome che tanta curiosità attirerà loro, si esibiscono agli angoli delle strade e nei piccoli bar della città, dove un giorno di agosto del 1981 vengono notati da James Honeyman-Scott, chitarrista dei PRETENDERS, che li invita ad aprire un loro concerto a New York. È il 24 agosto 1981. Gli spettatori rimangono a bocca aperta davanti a quel live set acustico di questi tre ragazzini sconosciuti. Onori, tributi e reazioni entusiastiche. E di lì a poco un contratto con la SLASH e l’esordio discografico. Dieci canzoni, poco più di quaranta minuti di musica, che provocano uno scossone fortissimo nel panorama underground americano.

Violent Femmes: l’esordio discografico

Fa un certo effetto apprendere che in realtà, la maggior parte dei brani del disco erano stati già scritti da Gano mentre era al liceo, non ancora maggiorenne. L’ironia dei suoi testi esprime in modo perfetto i tipici sentimenti post-adolescenziali. Le parole dell’album diventano un mix di emozioni contraddittorie: dal desiderio di accettazione all’odio verso il conformismo, dalla voglia di spensieratezza al senso di rabbia e ribellione. Questi pezzi riescono a portare l’angoscia nichilista degli adorati Velvet Underground ad una dimensione più popolare e quotidiana, ma non per questo meno intensa. Lou Reed aspetta il “suo uomo” sulla Lexington, Gordon Gano implora il padre di “dargli la macchina” perché ha una ragazza e non vede l’ora di provarci con lei, il tutto filtrato da atmosfere sonore che vanno dai Talking Heads ai Joy Division, senza dimenticare la lezione del folk. Il disco sembra voler resuscitare una tradizione musicale che, non curante di alcuna regola, torna indietro reinventandosi il passato, facendo suonare le canzoni dei pionieri dai SEX PISTOLS. O viceversa.

Si parte con il botto. L’intro di Blister in the sun è il riff più famoso degli anni 80. Incisivo e penetrante tanto quanto quello Smoke on the water o quello di Satisfaction. L’album poi è un continuo alternarsi di luci ed ombre. L’allegra melodia pop di Please Do Not Go fa da contraltare allo struggente violino di Good Feeling, pezzo che potrebbe esser spacciato come outtake di Loaded. Ed ancora, canzoni più deviate, come To The Kill o disperate come Confessions, o capolavori di miniatura compositiva come Add It Up, in cui viene enfatizzato il canto balbuziente e nevrotico di Gano, o Kiss Off, folle R&B privo di qualsiasi ambizione intellettuale, che si conclude con queste parole: “Dieci… dieci… dieci… per Tutto! Tutto! Tutto!”. E una domanda: se fossero state cantate in italiano avrebbero lo stesso effetto? Mah! Ci penserà GIOVANNI LINDO FERRETTI ad ingarbugliare le carte di lì a poco, ma questa è un’altra storia, che si dovrà raccontare.

A dire il vero questo esordio, seppur acclamato da certa stampa illuminata non raggiungerà mai una massiccia fama, ma vanta uno strano record: diventa disco di platino dieci anni dopo la sua uscita.

Il secondo album dei Violent Femmes: Hallowed Ground

Non ancora platinati, nel ’84, i Violent Femmes si trasferiscono a New York per registrare il loro secondo album, ma in questa occasione non tutto fila per il verso giusto. E quando di mezzi ci sono problemi etici non può che andare così! Gano, nonostante il sarcasmo che affiora in ogni sua parola, è un cristiano devoto. Ritchie e DeLorenzo, atei convinti. Inizialmente si rifiutano di registrare i pezzi più smaccatamente orientati dalla religiosità del cantante, poi si arrendendo, non senza conseguenze.

In Hallowed Ground, questo il titolo del loro secondo LP, (sempre su etichetta Slash) la poetica del chitarrista risente ancora delle follie e delle patologie della gente di provincia, ma viene infarcita da ossessioni religiose che sconfinano in una ricerca spirituale. E mentre Gano cerca profondità maggiore nei suoi testi, il trio allarga la formula strumentale con preziosi contributi esterni, che sono, fra gli altri, quelli di Tony Trisckha al banjo e un certo John Zorn (leggi la storia di John Zorn) al sax, le cui vicende artistiche vi sono state narrate proprio su queste colonne poche settimane fa. Il nuovo lavoro è più serio del precedente, ma non più serioso. E tutto sommato un buon proseguimento dell’esordio. Come dire: anche dalle difficoltà può nascere un buon prodotto. Continua il loro personale viaggio nella musica americana delle radici e la loro coinvolgente follia riesce a proporre un sound completamente diverso da quanto si sente in giro.

Country Death Song, uno dei pezzi più riusciti e famosi dell’album, si dipana con movenze country per raccontare una crudele storia di morte del 1862. La tradizione degli Appalacchi viene stravolta dal basso di Ritchie e dall’inserimento del banjo schizzato di Trisckha. Altri episodi sono I Hear The Rain, a metà strada tra il gospel e il dark, e Never Tell, dove la vena punk dei ragazzi si sente. Eccome se si sente. La nuova dimensione spiritual-popolare si ritrova in Jesus Walking On The Water dai profumi country che, su un coro doo-wop, si fa beffe di certe marce da Esercito della Salvezza. Non manca la ballata melodica I Know It’s True, But I’m Sorry To Say, strappalacrime, supportata egregiamente dall’organo di Van Hecke. Jug, rockabilly, samba, music-hall sono le componenti sonore di una sorta di blues cubista in odore di free-jazz, grazie all’apporto fondamentale del sax acido e brontolante di John Zorn. È Blue girl, pezzo che dimostra come i tre musicisti da strada sono diventati un vero e proprio cult underground.

The Blind Leading The Naked

Pronti per il terzo album The Blind Leading The Naked (Slash, 1986), convocano JERRY HARRISON, dei Talking Heads, per gestire la consolle e un nutrito combo di musicisti amici fra cui il saxofonista di STEVE MACKAY, già operante con gli STOOGES e i chitarristi FRED FRITH e LEO KOTTKE, nessuna presentazione, please. Si registrano ancora scontri etici in seno al gruppo, diviso fra le ossessioni tra sesso e castità di Gano e la cialtroneria di Ritchie, ma il risultato finale è ancora una volta buono, seppure si avvertono atmosfere più addomesticate rispetto al passato. La fantasia dei tre trova ancora spazio nella vivace Old Mother Reagan e nel gospel virato rock di No Killing, ritornando al punk acustico, che era la cifra stilistica del loro esordio, in Special. Ritorna pure la vena oscura, nella gotica Candlelight Song, cosi come si possono riascoltare i tempi della marcetta nella scanzonata Cold Canyon. Ma, resta un ma. Con questo disco il gruppo sembra aver perso la lucida follia surrealista e tutto il loro mondo sembra essere più reale. E questo non va letto come un complimento. La calante ispirazione si evince dal modo in cui Gano rivisita il caro Lou Reed in Good Friend, dove ricalca un banale giro di chitarra.

Lo scioglimento dei Violent Femmes

Dopo la registrazione dell’album, le divergenze artistiche diventano insanabili. Mentre Gano ha testa nel progetto gospel a nome MERCY SEAT, Ritchie desidera sperimentare il suo eclettismo strumentale verso un jazz d’avanguardia. I due decidono di sciogliere il gruppo e percorrere strade separate.

Soddisfatti i proprio ego i Gano e Ritchie, nel 1988, richiamano Delorenzo e rimettono in piedi il gruppo, ma non è una storia esaltante, perlomeno non tale da essere raccontata. Meglio concludere con una frase del grande Ornette Coleman, che si riferì a loro in questi termini:

“La loro musica è fantastica, ma le parole sono d’intralcio”

Non male. Davvero niente male. Ma la vera conclusione non può essere che affidata alle parole di Brian Ritchie.

Giornalista: “Cosa c’è nelle canzoni che riescono continuamente ad attirare orde di ragazzini ai vostri concerti? Non vi sentite mai a disagio sul palco a cantare pezzi come Add It Up e Kiss Off, veri e propri inni di una gioventù sconsolata, da uomini di mezz’età?”

Brian Ritchie: “Beh, Gordon è quello che deve cantare quelle canzoni, quindi questa è una croce sua! Mick Jagger canta ancora Satisfaction e se la cava bene. Lou Reed canta ancora Heroin, nonostante sia un geriatrico entusiasta del Tai Chi. E’ arte. Le parti di basso che suono io sono senza tempo, quindi mi fa felice suonarle e vedere quei ragazzini che si divertono.

I versi sono sicuramente la porta d’entrata al mondo dei Violent Femmes per un sacco di adolescenti. Alcuni si relazionano alle parole e quelle parole toccano temi adolescenziali universali. Ma sono la musica e le nostre performance quello che ci fa stare a galla da decenni”.

Vittorio

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