INTERVISTA | Notti insonni e cuori ostinati: intervista a Frida Martini

C’è un romanticismo sporco dentro Maledette canzoni d’amore. Un romanticismo che non cerca di salvarsi, ma di raccontarsi fino in fondo. Frida Martini arriva al suo primo album con la consapevolezza di chi ha già scritto molto per gli altri (tra gli artisti per cui ha scritto figurano Eros Ramazzotti, Ermal Meta e Fabrizio Moro), ma che adesso sceglie di esporsi in prima persona. Il disco attraversa notti insonni, dipendenze emotive, silenzi troppo lunghi e ritorni che fanno più male delle assenze. Eppure, dentro tutta questa fragilità, c’è anche un’ironia lucidissima.

Abbiamo parlato con Frida Martini di amore tossico, di scrittura notturna e di quella strana ostinazione che ci porta a credere ancora nei sentimenti anche quando ci distruggono.

Hai definito questo disco come qualcosa nato “quasi sempre di notte”. Cosa succedeva in quelle ore che di giorno non riuscivi a dire?

Durante la notte, generalmente, rimango con le cose che cerco di evitare durante il giorno. In qualche modo dovevo trovare la soluzione per alleggerirmi, sfogarmi, stancarmi per poi prendere sonno. Le canzoni me lo hanno permesso.

In queste canzoni l’amore sembra spesso una forma di dipendenza. Hai mai avuto paura di romanticizzare il dolore?

Sì, ed è una domanda che mi sono posto spesso. Però credo che il disco non romanticizzi il dolore, semmai lo esponga senza filtri. Raccontarlo non significa celebrarlo, significa ammettere che esiste.

Secondo te oggi siamo diventati incapaci di amare davvero o semplicemente più fragili?

Non credo che siamo incapaci di amare, credo che abbiamo paura delle conseguenze.

Facciamo più fatica a restare, a costruire, a scegliere per tutta la vita.

C’è sempre in ballo la paura, che a volte ci costringere a non vivere qualcosa di autentico.

Ascolta il disco di Frida Martini

Come è stato collaborare con Eddie Brock al brano “Senza di Me” ? Come si sono incastrati i vostri mondi?

“Senza di Me” parla di assenza, di vuoti che si sentono nello stomaco anche quando una storia è finita, e credo che entrambi siamo entrati in quella canzone con grande sincerità. I nostri mondi si sono incastrati perché partivano dalla stessa ferita, Eddie è un romantico ribelle, come me.

Qual è stata l’emozione più difficile da mettere in musica senza censurarti?

La vergogna. La tristezza la racconti, la rabbia la urli, ma la vergogna è qualcosa che tendi a nascondere. Ammettere di aver sbagliato, di essere stato debole, di aver rincorso qualcuno che non ti voleva più: quello è stato il passaggio più difficile. Ma il più necessario.

Quanto c’è di Frida Martini in Maledette canzoni d’amore e quanto invece nasce dall’osservazione degli altri?

Tutte e due. Mi piace pensare che le canzoni partano da me ma smettano di appartenermi nel momento in cui qualcuno ci si riconosce.

C’è una canzone all’interno dell’album che fai fatica ad ascoltare?

No. Faccio fatica ad ascoltare l’ipocrisia, non la verità.

Dopo esserti esposto così tanto con questo album, ti senti più libero o più vulnerabile?

Mi sento autentico. È quello che volevo. È quello che sarà.

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