Simone Agostini: un viaggio etereo sul filo di chitarra

Si intitola Maka ed è il secondo titolo edito a firma di Simone Agostini, uno dei pochi grandi chitarristi fingerstyle italiani che in qualche modo arriva a farsi conoscere anche ai media meno di settore. Perché quello della chitarra acustica suonata in tecnica fingerstyle è un genere che raramente tocca vetrine di portata nazionale ed è così che i suoi protagonisti restano sempre lontani dalle vetrine d’informazioni a cui siamo abituati. Grazie alla Protosound Records conosciamo un mondo ai più distante anni luce, e ci avviciniamo ad esso grazie ad un disco di grandissima classe e spessore che ci ha catturato fin dai primi ascolti. Un viaggio, decisamente un viaggio, strumentale nel suo complesso, in cui siamo trasportati per mano sicura da una chitarra acustica che si colora qui e la di effetti, delay e riverberi, e si arricchisce anche di altro come flauti indiani piuttosto che di bouzouki greco. Ed è proprio dalle terre bagnate dal nostro mare che inizia questo viaggio. La tracklist si apre con “Mediteranea” ma poi finisce nello spazio intersiderale con la psichedelia visionaria di “Outer Space” di cui vi abbiamo mostrato un video altrettanto evanescente. Il tutto per raccontare Maka, la nostra Madre Terra. L’intervista a Simone Agostini per gli amici di Blog Della Musica:

“MAKA”. Un viaggio nel mondo o un viaggio attorno al mondo?
Direi un viaggio nello spazio e nel tempo. Un viaggio che parte dal cuore del mediterraneo e che si conclude con un ultimo sguardo della terra vista dallo spazio. In alcuni brani il riferimento geografico è strettamente legato ai suoni e agli strumenti musicali usati, come ad esempio in Mediterranea o in Ina Maka, dove ho usato rispettivamente un bouzouki greco e un flauto dei nativi americani. In altri casi i luoghi sono semplicemente l’oggetto della narrativa musicale, come ad esempio in The Purring of the warm, happy world in cui è raccontata la giungla indiana di Kipling.

Questo titolo lo hai deciso prima o dopo aver scritto la musica e gli arrangiamenti di questi brani?
Il titolo è stato deciso alla fine, nelle ultime fasi delle registrazioni. Così come è successo anche in green, ho preferito avere uno sguardo complessivo del disco per capire quale fosse l’idea che meglio poteva racchiudere l’insieme di tutti i brani. Ascoltare i brani registrati e in ordine permette di avere un punto di vista differente, più simile a quello di un ascoltatore. E per scegliere il titolo ho voluto avere questo punto di vista.
Per un lungo periodo, mentre il disco prendeva vita, ero orientato sul titolo Time. 
Si tratta del quarto brano del disco, un brano che avrebbe potuto portare l’onere di essere la title-track dell’album. E visto che il tempo è l’altro concetto ricorrente, il titolo Time avrebbe rappresentato bene il disco. Ma in generale penso che la terra sia l’elemento predominante del disco, ed in particolare una idea di terra molto affine a quella dei nativi americani. Per cui la scelta alla fine è ricaduta sul titolo Maka, una parola sioux citata nella quinta traccia, Ina Maka, ovvero Madre Terra.

La chitarra acustica nella scena discografica italiana: secondo il tuo punto di vista?
La chitarra acustica è uno strumento che negli ultimi anni ha aumentato la sua visibilità. Soprattutto grazie ad artisti che sono riusciti a rompere la nicchia e farsi conoscere da un pubblico più vasto. Su tutti Tommy Emanuel e Andy McKee.
In Italia realtà come il Six Bars Jail di Firenze e Fingerpicking.net (cui fa capo la rivista Chitarra Acustica) e le accademie musicali come la Lizard, il Centro Studi Fingerstyle, e la recentissima Scuola Acustica, sono diventate punto di riferimento per il settore. Da anni si svolgono importanti manifestazioni che hanno visto partecipare i migliori esponenti del genere. Prima su tutte l’interational meeting di Sarzana che ogni anno vede passare migliaia di appassionati e addetti ai lavori.
Tuttavia parliamo pur sempre di un genere musicale con un numero di seguaci molto ridotto rispetto ai grandi nomi che riempiono gli stadi. 
A livello mondiale la scuola nostrana è molto accreditata, da almeno due decenni tra i più grandi nomi della scena internazionale sono presenti chitarristi italiani. E anno dopo anno continuano ad emergere nuovi talenti che partendo da casa nostra approdano ai massimi livelli mondiali, a riprova che, seppure all’ombra del grande pubblico, la chitarra acustica in Italia gode di ottima salute.

Citiamo nomi di riferimento che ti hanno formato e in qualche modo guidato a questo genere di musica?
William Ackerman con cui ho conosciuto la chitarra acustica. Michael Hedges con cui mi sono definitivamente innamorato di questo strumento. Paolo Giordano che è stato l’ultimo dei miei insegnati di chitarra, uno di quei nomi che ha portato il fingerstyle made in italy in giro per il mondo. E poi Pierre Bensusan che per me rappresenta l’apice della maturità e consapevolezza compositiva ed esecutiva mai raggiunta in questo genere musicale, con questo strumento.
Ovviamente nella mia musica molto viene dall’ascolto e dallo studio di questi chitarristi, ma c’è anche tanto altro. Tanti altri chitarristi, ma soprattutto tanta altra musica. Classica, Rock, Folk, Pop, Metal…davvero di tutto. Cerco di non dimenticare mai che la chitarra deve essere solo un mezzo per fare musica, e mai un fine…e anche se sembra ovvio e scontato, in un genere seguito principalmente da chitarristi il rischio di essere troppo autoreferenziali è sempre in agguato.

Da un brano così futuristico come “Outer Space” al romanticismo di uno come “Time”. Come ci si muove tra questi due estremi? Sembrano facce troppo diverse per appartenere alla stessa persona…
Sono molto contento che venga percepita tutta questa eterogeneità nella mia musica. Non è facile non essere monotoni quando si usa al 90% una sola chitarra acustica. Mi piace percorrere più vie in contemporanea, essere sempre alla ricerca di nuove possibilità timbriche ed espressive ed allo stesso tempo perseverare sulla via più tradizionale percorsa dai grandi dello strumento.
Ogni volta cambia ciò che si vuole esprimere, e perciò potersi muovere in un vasto spettro di opportunità può permettere di raggiungere il proprio obiettivo in modo più efficace.

Ma non è solo la chitarra il tuo unico strumento, vero? Il futuro di Simone Agostini?
Mi piacerebbe sapere suonare tutti gli strumenti del mondo, e se l’avessi saputo fare non avrei fatto due dischi prevalentemente di sola chitarra. 
Il mio strumento principale è e resta la chitarra. E’ l’unico strumento con cui penso di potermi esprimere veramente. Con gli altri strumenti sono limitato dal basso livello tecnico, però sono la mia passione e quindi casco sempre nel tranello di volerne provare altri ed altri ancora. Per cui oltre alla chitarra suono (o perlomeno ho provato a suonare) bouzouki greco, oud arabo, flauto dei nativi americani, tin wistle irlandese, armonica a bocca, pianoforte, irish flute e flauto traverso.

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